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“Il giunco mormorante”, pubblicato nel 1958, è un racconto di libertà dai fantasmi di un amore tanto idealizzato nel ricordo quanto banale e povero nella realtà quotidiana.
In una Parigi alla vigilia della guarra, due amanti si separano: lui, svedese, decide di rientrare in patria. Lei, russa, lo lascia partire. Dopo anni di silenzio, un occasionale viaggio in Svezia porta la protagonista a incontrare il suo amore mai dimenticato.

Le poche pagine (una settantina) si dipanano in una scrittura ricercata e pura.

Bellissima figura di donna, che nella consapevolezza del suo valore sceglie la libertà e la vita. Meschina figura di uomo, in tutta la sua debolezza ed evanescenza. Grande consapevolezza dello spazio intimo e vero che consente a ciascuno di esistere.

“Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese … Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso.” (p. 36-37)

Nina Berberova , “Il giunco mormorante”, Adelphi, Milano 2006. (Piccola biblioteca Adelphi).