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FASHIONTHERAPY: abiti, scarpe e aiutanti magici

A volte capita che accessori, make-up, abiti e scarpe si trasformino in aiutanti magici che ci aiutano a tirare fuori risorse che teniamo nascoste.Ho parlato di questo tema qualche tempo fa, nell’ambito di un’iniziativa di IBM che – in parallelo ad una mega ricerca – ha organizzato uno spazio in Via della Spiga dove ha intervistato esperti e non sul tema della moda (I dati sono fashion).No, non è un via-libera allo shopping compulsivo nel Quadrilatero milanese, ma una riflessione seria sugli strumenti che possono aiutarci a far venire alla luce risorse e aspetti di noi che – per mille ragioni – restano nascosti. Ma ci sono.Il punto è proprio questo: scoprire quello che è già dentro di noi e non travestirsi da qualcun altro. Già, perchè il rischio è quello di vestire i panni di ciò che non si è, di sentirsi a disagio, di percepire l’incoerenza profonda tra il guscio e la polpa.Quante volte ci capita di farci influenzare dall’amica, dalla commessa, dal fidanzato e di comprare qualcosa che poi resta inutilizzato nell’armadio perchè con quel vestito “non ci sentiamo noi stesse”.Si tratta invece di cambiare prospettiva, guardare noi stesse, sentire che cosa vorremmo esprimere forse meglio e scegliere l’”aiutante magico” che, a seconda delle circostanze, ci aiuterà a far emergere e a dare visibilità a quella parte di noi che è lì, appena sotto la superficie, e aspetta solo di essere una risorsa a nostra disposizione.In fin dei conti, se Cenerentola non fosse stata dentro di sè una principessa e non una sguattera, la scarpetta di cristallo a poco sarebbe servita….

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Talenti invisibili

Il 23 aprile 2013, alla Fabbrica del Vapore di Milano, si è tenuta la serata conclusiva di Una-Talks, primo esperimento di speech tutti al femminile. È stata Sabina Ciuffini a ideare il progetto di dare una voce alle donne, quelle famose ma anche a tutte le “una qualunque” che hanno qualche cosa da dire.Noi di CoCoLab abbiamo partecipato con grande entusiasmo e abbiamo deciso di parlare di talenti invisibili.Questo il testo dello speech che ho presentato.Sul sito unaqualunque.it riprese e interviste alle protagoniste di Una-Talks. UnaTalks Milano 2013 / Sabrina Bussolati from +/- on Vimeo. TALENTI INVISIBILI (Sabrina Bussolati)Poco meno di un anno fa, a cavallo fra luglio e settembre, mi è capitato di avere del tempo libero a disposizione.Io sono una counselor e una coach, così – invece di fare un corso di cucina o dedicarmi al bricolage – ho deciso di mettere le mie capacità professionali a disposizione degli altri.Per due pomeriggi alla settimana mi sono seduta in due bar di Milano – bar ospitali, di quelli dove ti senti a tuo agio – e, davanti a un caffè, ho offerto sedute gratuite di coaching sul tema del lavoro, un tema che conosco piuttosto bene perché ho lavorato per 24 anni in aziende e organizzazioni varie, lo trattiamo in CoCoLab e indubbiamente – oggi come oggi – è un tema parecchio scottante.L’iniziativa si chiamava JOB HELP, e, con il mio metaforico banchetto alla Lucy dei Peanuts, aspettavo le persone che avevano preso appuntamento per una seduta individuale da 45 minuti.Bene, avevo immaginato che arrivassero da me persone per chiedere consigli su come scrivere un buon curriculum, su quali network essere presenti, su come approcciarsi correttamente a un mondo dove di lavoro sembra essercene davvero poco.E invece no.Della trentina di persone che ho incontrato in quei due mesi – in maggioranza donne – l’80% un lavoro ce l’aveva. Lavori belli anche.È che lo volevano cambiare.Arrivate “nel mezzo del cammin di nostra vita” – per dirla alla Dante – si sono trovate improvvisamente con la sgradevole sensazione di non trovare più un senso in quello che facevano, nel non trovare più gratificazioni.Semplificando molto, lo schema delle conversazioni era più o meno così: “Che cosa vorresti fare?” “Non lo so”. “Che cosa ti piace fare?” “Non lo so”. “Che cosa sei capace di fare” “Niente di particolare, non ho un talento specifico”.Da qui ho iniziato ad interessarmi molto a questa faccenda dei talenti.Perché vedete, siamo abituate a considerare “talento” solo quelle doti eccezionali che solo pochi hanno – i grandi leader, pittori, musicisti, cuochi – ma la verità è che tutti noi abbiamo dei talenti, piccoli talenti quotidiani che sono nostri e solo nostri, che fanno sì che siamo davvero brave a fare delle cose.Solo che non li vediamo. Sono invisibili al nostro sguardo, come se fossero sotto il mantello dell’invisibilità – quello di Harry Potter per intenderci.Un mantello intessuto di abitudine.Perché i talenti – i nostri talenti – siamo abituate a metterli in atto da così tanto tempo che non ce ne accorgiamo più, lo facciamo in maniera automatica. Perché li abbiamo da sempre, fanno così parte di noi che li consideriamo “normali”.“Sì, è vero, riesco a organizzare tutto il lavoro che ho in ufficio e star dietro a tutte le scadenze. Ma è normale no?”.“Sì, è vero, quando ho davanti un foglio di excel mi salta all’occhio subito se qualche numero non è congruente con gli altri. Ma è normale, no? Cosa c’è di particolare?”.C’è che si chiamano talenti. E ci facilitano la vita.Perché se io ho un talento naturale per i numeri, farò meno fatica a lavorare in amministrazione rispetto alla mia collega alla quale i numeri non “parlano”.E se ho un talento per organizzare non vivrò tutti i giorni con la frustrazione di aver dimenticato scadenze e di essere perennemente in arretrato perché non so tenere il tempo.ll problema è che se noi non vediamo più i nostri talenti, non li vedono più neanche gli altri, perché l’abitudine è contagiosa e anche chi ci sta vicino dà per scontato che io quella cosa la faccia bene.Se in ufficio, da dieci anni organizzo conferenze stampa che vanno alla perfezione, nei posti giusti, con la scaletta giusta, con il materiale giusto, chi mi dirà “brava”? Probabilmente nessuno. E’ “normale” che io lavori così, con quegli standard. In primis sarà normale per me.E questo è un problema quando io vorrò riscrivere la mia storia professionale per trovare lavoro: sarò in grado di definirmi con un’etichetta ma difficilmente riuscirò a valorizzare le mie capacità, le mie competenze e – soprattutto – a mettere in risalto i miei talenti, quelli che mi fanno fare le cose con naturalezza e con piacere.Perché, senza ombra di dubbio, fare una cosa per la quale siamo naturalmente portate ci dà piacere.Bel tema quello del piacere. Mi colpisce sempre come siamo portate a dare valore solo a quello che ci costa fatica. Se sudiamo, allora ok, quella cosa vale. Se la facciamo con leggerezza e piacere, senza sforzo perché ci viene bene in maniera naturale allora sembra non avere un valore. Diventa “normale”.Ma, come dice John Gardner, “Eccellenza è fare cose ordinarie straordinariamente bene”.Il mantello dell’invisibilità è fatto anche di altro. Di vergogna, quella sottile vergogna che ci fa ritirare in un angolino e dire :”Non sono brava abbastanza”.Quella che ci fa guardare sempre a quello che ci manca per essere “come la mia collega”, “come la mia amica” e qualsiasi cosa facciamo non è mai abbastanza.E questo mantello dell’invisibilità ce lo portiamo sulle spalle da tanto tempo.È quello sotto il quale sono spariti i talenti che avevamo da bambine e che abbiamo scelto di non seguire, spesso di cancellare dalle nostre vite.Perché il gruppo delle nostre amiche seguiva altre strade e noi volevamo tanto essere come loro, restare con loro. Perché i nostri genitori, le nostre tradizioni familiari ci spingevano altrove. Perché l’amore della nostra vita ci chiedeva altro da quello che ci sentivamo dentro.E poi, a quarant’anni, la domanda: che cosa vorrei veramente fare?Allora

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Qual è l’obiettivo

A volte stabiliamo un obiettivo. Ci diciamo che quello – ma proprio quello – è il traguardo che vogliamo raggiungere. Se siamo dei pianificatori nati definiamo un’agenda precisa di azioni e tempi da rispettare. Ma poi… poi non facciamo niente. Lì c’è l’obiettivo, qui la nostra vita, che prosegue come prima mentre noi ci ripetiamo che dovremmo fare qualcosa per raggiungere quel maledetto obiettivo così di buon senso, così apparentemente desiderabile…Eppure… eppure non facciamo nulla per raggiungerlo…. Di solito emerge che l’obiettivo, che credevamo così vero e valido per noi, è completamente fasullo. Spesso è un obiettivo esterno a noi, di qualcun altro, dei genitori, del compagno, del contesto sociale in cui viviamo. Ma non è il nostro.Allora la domanda è: quell’obiettivo è vero o falso? Perchè lo vogliamo raggiungere? E, soprattutto, ci diciamo che DOBBIAMO o che VOGLIAMO raggiungerlo?

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Il fascino delle profezie che si autoavverano

La signora X era convinta che il suo matrimonio avrebbe avuto vita breve. E’ vero, si era sposata ma lei sapeva, nel profondo, di essere una persona che viene sempre abbandonata dagli uomini che ama. Cosi, la signora X, prese a leggere, dietro ad ogni parola o comportamento del marito, dei segnali del fatto che la avrebbe presto abbandonata. Iniziò a recriminare su questo e a nulla valevano le rassicurazioni del marito alle quali lei non attribuiva alcun valore perchè sicuramente nascondevano altro. Ovviamente non era contenta e il suo umore, in casa, peggiorava di giorno in giorno. In effetti, pochi anni dopo, il marito chiese il divorzio. Ecco, questo è un caso lampante del potere che abbiamo di mettere in atto, del tutto inconsapevolmente, la stregoneria della profezia che si autoavvera.Spesso, infatti, maturiamo dentro di noi delle vere e proprie credenze che hanno il potere di condizionare gli eventi della nostra vita. Nel bene e nel male.Questa stregoneria è stata molto studiata soprattutto in ambito sociologico. Robert Merton è stato il primo, nel 1948 a introdurre il concetto di profezia che si autoavvera, definendola «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». Merton trasse ispirazione dalla formulazione del Teorema Thomas (dal nome di un altro celebre sociologo americano” che recita: “se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”.Una volta che una convinzione si fa strada dentro di noi, saremo consciamente e inconsciamente alla ricerca costante della sua conferma. Se sono convinto della mia incapacità di sostenere un colloquio di lavoro mi presenterò al colloquio in un tale stato di ansia e stress da essere sicuro di fare una figuraccia. Ma se le profezie funzionano in negativo, funzionano anche in positivo. E’ celebre l’”effetto Pigmalione” e l’esperimento condotto da Robert Rosenthal nel ’74. Rosenthal propose a delle maestre di una scuola elementare di effettuare una serie di test preliminari all’inizio dell’anno scolastico agli studenti del primo anno. Consegnò quindi loro dei falsi risultati in cui assegnò causalmente metà studenti al gruppo X e metà al gruppo Y. Alle insegnanti fu detto che i bambini del primo gruppo erano più intelligenti e più diligenti nello studio, favorendo l’insorgere di specifiche aspettative nei loro confronti. Alla conclusione dell’anno scolastico le votazioni del gruppo X furono effettivamente migliori. Le aspettative delle insegnanti condizionarono il loro atteggiamento nei confronti dei bambini e questi risposero positivamente a tali aspettative. Cosa fare?Sicuramente evitare che le profezie che si autoavverano ci rovinino la vita.

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BOOKTHERAPY| Il giunco mormorante

“Il giunco mormorante”, pubblicato nel 1958, è un racconto di libertà dai fantasmi di un amore tanto idealizzato nel ricordo quanto banale e povero nella realtà quotidiana.In una Parigi alla vigilia della guarra, due amanti si separano: lui, svedese, decide di rientrare in patria. Lei, russa, lo lascia partire. Dopo anni di silenzio, un occasionale viaggio in Svezia porta la protagonista a incontrare il suo amore mai dimenticato. Le poche pagine (una settantina) si dipanano in una scrittura ricercata e pura. Bellissima figura di donna, che nella consapevolezza del suo valore sceglie la libertà e la vita. Meschina figura di uomo, in tutta la sua debolezza ed evanescenza. Grande consapevolezza dello spazio intimo e vero che consente a ciascuno di esistere. “Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese … Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso.” (p. 36-37) Nina Berberova , “Il giunco mormorante”, Adelphi, Milano 2006. (Piccola biblioteca Adelphi).

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